Insonnia: oggi si diagnostica con Intelligenza artificiale e wearable device

Riportiamo con piacere un articolo pubblicato su AboutPharma.

Ci sono voluti trent’anni per aggiornare la diagnosi di insonnia e comprendere tra i sintomi considerati essenziali anche l’impatto che la patologia ha sulle attività quotidiane. Ora grazie a intelligenza artificiale, machine learning e wearable device potrebbe volerci molto meno per trasformare una diagnosi esclusivamente clinica in una oggettiva, basata su dati raccolti da dispositivi semplici, come si fa con la pressione arteriosa e l’ipertensione. Spiega Ugo Faraguna, neurofisiologo e docente all’Università di Pisa: “Oggi si considera insonne cronico chi ha difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il sonno o si sveglia precocemente per almeno tre volte alla settimana per almeno tre mesi, con sintomi di sonnolenza diurna (senza quest’ultimo criterio si potrebbe semplicemente trattare di un breve sonno). La diagnosi si basa sui disturbi che riferisce il paziente e ci può essere una sotto o sovrastima. Anche perché non esistono valori di riferimento strumentali oggettivi come invece si hanno per altre patologie”.

Un range fisiologico anche per il sonno

L’obiettivo di Faraguna è proprio questo: utilizzare dispositivi indossabili di tipo consumer, a basso costo e comodi da indossare (come i braccialetti e gli smart watch), per raccogliere dati e arrivare un giorno ad avere parametri oggettivi su qualità e durata del sonno, da poter usare a scopo clinico. “Oggi la diagnosi di ipertensione si fa in base ai valori pressori raccolti con dispositivi di facile accesso, che si trovano in farmacia o nelle case delle persone – sottolinea il fisiologo – il che ha permesso di salvare numerose vite. Lo stesso non è ancora possibile con l’insonnia, una patologia collegata a numerosi disturbi, dall’Alzheimer, a quelli cardiovascolari e mentali, ma per la quale l’unico esame strumentale è la polisonnografia, un’indagine complessa che eseguono in pochi. Ma il sonno è una variabile fisiologica come la pressione o il colesterolo e a attendere l’obiettivo finale è avere dei valori di riferimento esattamente come si ha per le altre”.

I wearable device

Alcuni anni fa sono comparsi i cosiddetti tracker, che consentono con un unico dispositivo indossabile di raccogliere numerosi parametri, tra cui il sonno. “La comunità di scienziati che si occupa dei disturbi del sonno ha riposto grandi speranze negli smartband e smart watch” commenta Farguna. “Credevamo di avere finalmente a disposizione sensori accessibili a chiunque fosse in grado di raccogliere i dati normativi necessari per stabilire il range fisiologico a cui ho già accennato. Ma ci siamo accorti presto che non si trattava di dispositivi medicali. I software non sono validati e verificati dal punto di vista scientifico e non possono essere usati a scopo clinico per eseguire certificazioni”.

L’intelligenza artificiale

Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale. Partendo da queste premesse, nel 2017 Faraguna e altri soci hanno fondato SleepActa uno spin-off dell’università di Pisa che ha portato allo sviluppo di una tecnologia (“Dormi”) in grado di trasformare i dati grezzi dei tracker in dati affidabili grazie all’artificial intelligence. Continua Faraguna: “Scarichiamo i dati dai braccialetti e li analizziamo con i nostri strumenti di intelligenza artificiale, trasformando un oggetto che non è medicale in un dato affidabile, certificato, validato con a supporto una serie di pubblicazioni e la certificazione del ministero della Salute”.

Per arrivare a questo punto Faraguna racconta di aver testato, insieme ai colleghi, i diversi dispositivi oggi sul mercato confrontandoli con la polisonnografia, che resta il gold standard per la diagnosi dell’insonnia. Il processo ha permesso di allenare e validare l’algoritmo e i braccialetti, che vengono costantemente monitorati ogni qualvolta ne arrivano di nuovi sul mercato. “Quello della validazione scientifica è un passaggio fondamentale” sottolinea Faraguna. “Chi si occupa di insonnia deve usare questi sensori, ma deve farlo in maniera validata e certificata, con dati solidi. E soprattutto questi dati non devono essere forniti direttamente ai pazienti ma a professionisti che sappiano leggerli”.

Il modello SleepActa

Il modello di SleepActa è proprio questo. Forniscono la tecnologia ad ospedali pubblici e convenzionati e anche alle farmacie sul territorio. Chi si rivolge a tali strutture riceve in comodato d’uso un dispositivo commerciale indossabile, che alcuni possiedono già, da usare per circa una settimana e poi riportare indietro. I dati vengono scaricati e inviati alla startup che poco dopo fornisce un referto clinico. A quel punto il medico valuta i parametri per capire se esistono alterazioni nella fisiologia del sonno, se un intervento ha funzionato o se è il caso di applicare un piano di intervento. “Abbiamo cominciato a vendere questo servizio agli ospedali nel 2018 e di recente abbiamo iniziato a distribuirlo anche nelle farmacie. L’interesse è alto da parte dei clinici ed è cresciuto tantissimo negli anni, anche perché sempre più specialisti si interessano di sonno, dai cardiologi fino ai dentisti” afferma Faraguna.

Una malattia sotto diagnosticata

Il servizio al momento può essere a carico del paziente o del Ssn negli ospedali pubblici o convenzionati forniti da SleepActa, dove il costo del monitoraggio varia a seconda della regione. Conclude Faraguna: “Solo lo scorso anno son stati spediti circa 500 milioni di smartband/smartwatch. Questo ci fa capire che i sistemi di misurazione sono già diffusi, bisogna solo usarli nel modo corretto. La loro applicazione è estremamente importante soprattutto per l’insonnia: si ritiene che oltre il 90% dei casi non siano trattati perché non riconosciuti”.

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